Un sistema che avrebbe trasformato le procedure per l’ingresso dei lavoratori stranieri in Italia in un’attività illecita dai guadagni milionari. È quanto emerge dalle carte dell’inchiesta Ginestra, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che ha colpito la presunta organizzazione di ’ndrangheta attiva nella Sibaritide. L’operazione ha portato all’esecuzione di 41 misure cautelari, 24 in carcere e 17 ai domiciliari.
Secondo l’accusa, il meccanismo si basava sulla manipolazione dei cosiddetti click day del Decreto flussi, attraverso i quali venivano presentate le domande per ottenere il nulla osta all’ingresso in Italia di cittadini stranieri. Il costo richiesto sarebbe stato di 2.500 euro in nero per ogni lavoratore, senza che alle pratiche seguissero effettivi contratti o reali prestazioni lavorative.
Attraverso una rete di aziende agricole e cooperative ritenute compiacenti sarebbero state inoltrate 1.254 domande, facendo delle procedure amministrative una fonte di guadagno per il gruppo riconducibile, secondo gli investigatori, a Damiano Pepe.
Al vertice della presunta organizzazione ci sarebbe stato Damiano Pepe, affiancato dal fratello Marcello, da Vincenzo Sibarella, detto Mario, da Rocco Azzaro e dal figlio Antonio. Un ruolo operativo sarebbe stato svolto da Antonio Angiò, conosciuto come “il professore”, incaricato di raccogliere la documentazione e inserire le istanze sulla piattaforma ministeriale. Tra gli imprenditori indagati per il presunto coinvolgimento nel sistema figurano Domenico Arcidiacono, Luigi Benincasa, Walter Giovanni La Fauci, Giovanni Maulicino, Sandro Sibarelli e Santo Straface.
Le intercettazioni ricostruirebbero le aspettative economiche del gruppo durante le giornate dedicate all’invio delle domande. «Mangiamo e mangiamo un po’ per ciascuno», avrebbe detto Azzaro in una conversazione. Marcello Pepe, commentando i conteggi delle somme incassate, avrebbe invece parlato di «duemila e cinquecento euro che ci entrano a noi».
Nell’inchiesta trovano spazio anche episodi di presunte intimidazioni legate alla gestione degli incassi. Il 16 gennaio 2024, a Marina di Sibari, Damiano Pepe, insieme al fratello Marcello e a Sibarella, avrebbe affrontato e picchiato Angiò, accusato di non avere consegnato tempestivamente le somme raccolte. Durante l’aggressione, secondo quanto registrato dalle microspie, Damiano Pepe avrebbe pronunciato la minaccia: «Ti ammazzo io».
Dalle intercettazioni emergerebbe anche la preoccupazione dei presunti affiliati per le indagini della Dda e per la possibilità che gli investigatori riuscissero a individuare e sequestrare i patrimoni accumulati illecitamente. «Hai capito che va trovando Gratteri? I soldi dove sono!». La frase, riportata nelle carte dell’ordinanza cautelare, restituisce il timore che l’attività investigativa potesse colpire non soltanto le persone coinvolte, ma anche le risorse economiche riconducibili al gruppo.
Il nome dell’allora procuratore della Dda Nicola Gratteri ricorrerebbe più volte nelle conversazioni. A destare particolare apprensione sarebbe stato il pentimento di Nicola Acri, storico boss della cosca di Rossano diventato collaboratore di giustizia. I presunti sodali temevano che le sue dichiarazioni potessero alimentare nuove indagini e condurre ad arresti. «Ora è un anno che si è pentito Nicola… dopo sei mesi partono le indagini e da giugno ci si aspetta qualche provvedimento cautelare», si sente in una conversazione intercettata.
Ma la preoccupazione maggiore sarebbe stata quella di perdere i patrimoni. «Va a cercare i soldi dove sono, come fatto a Cirò con l’operazione Stige», avrebbero osservato alcuni interlocutori, richiamando la maxi-inchiesta contro la ’ndrangheta crotonese.
Le conversazioni documenterebbero infine il timore per i sistemi di sorveglianza. Nei pressi di un bar di Rossano, alcuni presunti appartenenti al gruppo avrebbero individuato una telecamera installata per monitorare i loro incontri, discutendo di possibili modi per impedirne il funzionamento. Tra le ipotesi ci sarebbe stata quella di coprirla con vernice o nastro adesivo. Altri avrebbero suggerito di chiedere ai residenti dello stabile di rivolgersi alla Procura per ottenerne la rimozione. «Perché non la cacciano quelli del palazzo… dicono: caccia questa telecamera da là… a Gratteri», si ascolterebbe in una delle conversazioni.
Le intercettazioni delineano così, secondo la ricostruzione accusatoria, un quadro nel quale il presunto business dei nulla osta si intreccerebbe con le intimidazioni, il controllo delle attività e il timore delle indagini patrimoniali.






