Don Ciotti a Crotone: «Potrebbero esserci altre Denise che non ce la fanno più»

«In Italia potrebbero esserci altre Denise, sono testimone di alcuni messaggi di persone che chiedono aiuto, che non ce la fanno più». È il monito lanciato da don Luigi Ciotti, fondatore di Libera, a margine della cerimonia religiosa celebrata a Crotone in memoria di Denise Cosco, figlia di Lea Garofalo e testimone di giustizia, morta nei giorni scorsi.

Nel corso della messa, celebrata nella chiesa dell’Immacolata, il vescovo Alberto Torriani ha ricordato il coraggio di Denise, che da giovanissima aveva scelto di testimoniare sulla morte della madre. Di fronte alla sua morte, il vescovo ha richiamato alla prudenza e al raccoglimento, sottolineando che «davanti a questo mistero noi cristiani non giudichiamo» e non possiamo presumere di conoscere ciò che è accaduto nel suo cuore.

Don Ciotti ha parlato di una violenza mafiosa “differita”, capace di lasciare ferite profonde anche a distanza di anni. Ha ricordato come Denise abbia vissuto per lungo tempo il peso della vicenda familiare e della scelta di testimoniare, sottolineando però che lo Stato le è stato vicino e che non è stata abbandonata dalle istituzioni. «Non possiamo chiedere ai testimoni di giustizia di sacrificare la propria vita per il bene comune e poi lasciarli soli a fare i conti con i propri fantasmi», ha detto.

Alla cerimonia erano presenti anche la presidente della Commissione parlamentare antimafia Chiara Colosimo, la sottosegretaria all’Interno Wanda Ferro, il procuratore della Dda di Catanzaro Salvatore Curcio, il procuratore di Crotone Domenico Guarascio e la senatrice Enza Rando, che era stata l’avvocata di Denise nel processo contro il padre.

Ferro ha ribadito la presenza delle istituzioni e l’impegno ad accompagnare anche il figlio di Denise, mentre Colosimo ha sostenuto che il Servizio centrale di protezione nel caso di Denise è stato presente. La presidente della Commissione antimafia ha inoltre richiamato la necessità di intervenire sul riconoscimento degli anni contributivi mancanti ai testimoni di giustizia che hanno interrotto il lavoro a causa della loro scelta di collaborare con lo Stato.

La vicenda di Denise è strettamente legata a quella della madre Lea Garofalo, uccisa nel 2009 dopo aver deciso di collaborare con la magistratura contro la ’ndrangheta. Denise, allora giovane, aveva seguito la strada della madre, testimoniando contro il padre e costituendosi parte civile nel processo. La sua morte ha riaperto il dibattito sulle conseguenze a lungo termine delle esperienze vissute dai testimoni di giustizia e sulla necessità di garantire loro un sostegno che prosegua anche oltre le misure di protezione.

 

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