Si è concluso con 61 condanne e 63 assoluzioni il maxi processo scaturito dall’inchiesta “Reset” alle cosche confederate del cosentino.
Il Tribunale di Cosenza, presieduto da Carmen Ciarcia (a latere Urania Granata e Iole Vigna) trasferito per l’occasione nell’aula bunker di Castrovillari, ha concluso il dibattimento in un anno e 9 mesi pur avendo esaminato 20 pentiti di mafia e centinaia di testimoni.
Il processo è nato dall’inchiesta della Dda di Catanzaro, all’epoca guidata da Nicola Gratteri, con oltre 200 imputati accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso, droga, estorsioni, voto di scambio, usura, truffe per indebita percezione di contributi statali, intestazione fittizia di beni, riciclaggio e altri per un totale di 300 capi di imputazione.
Tra gli assolti, l’ex sindaco di Rende Marcello Manna (accusato di scambio politico-elettorale mafioso), l’ex assessore Pino Munno, e l’imprenditore Ariosto Artese, fratello dell’ex vicesindaco rendese.
Nell’ambito dell’inchiesta condotta dalla Dda di Catanzaro, Manna nel 2023 fu anche arrestato ed il Comune di Rende venne sciolto per condizionamenti mafiosi.
Il commento di Manna
“Sono soddisfatto perché la magistratura giudicante è stata assolutamente presente e ha colto un po’ tutte le criticità di un’inchiesta che, per la verità, faceva acqua da tutte le parti. Ora c’è da chiedersi perché si è arrivati allo scioglimento del Comune. Qualcuno deve spiegare cosa è successo. Si diceva che c’era infiltrazione mafiosa, ma oggi, con la mia assoluzione, è stato sancito il contrario. Una parte della città ora chiede conto e vuole sapere chi c’è stato dietro questa operazione e quale potere forte ha fermato un’attività amministrativa corretta“.






